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Cambiare o sparire

Accadde oggi, 25 maggio

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Editoriali

Cambiare o sparire

Mario Vagnoni | 18 Settembre 2014

Mario Balotelli disperato

“Cambiare o sparire”. Così titolava la Gazzetta dello Sport il 3 luglio 2014. Più che un’accusa è sembrata l’analisi spietata del nostro mondiale in cui l’Italia ha molestato il pallone e dove nessuno  azzurro ha capito esattamente cosa ci stesse facendo.  Non poteva mancare l’ovvia ricerca del capro espiatorio (ruolo per il quale il solito Balotelli godrà del premio Oscar alla carriera) e le puntuali ed immancabili soluzioni per risolvere ogni nostra disgrazia calcistica. Arriva così, la folgorazione per il “modello tedesco”. Da CT, il paese diventa all’improvviso un popolo di manager, ognuno con la propria infallibile ricetta fatta di “giovani”, “programmazione” ed  Octoberfest.

Una nuova Era iniziava. Evviva!

Non passa una settimana dalla verginità calcistica rinnovata che la gazzetta pompava già l’arrivo in serie A di vari scarti banditi da tutti gli altri campionati europei. I giovani tornavano ad essere acerbi o, nel migliore dei casi, delle “stelle che non avevano mai brillato abbastanza” e la “programmazione” tornava ad essere quella di Mediaset e soprattutto di Sky. I tifosi si riconvertivano, di nuovo, all’atavica concretezza: l’arrivo in Italia del 34enne panchinaro nella Liga, avrebbe sicuramente risollevato le sorti della loro squadra del cuore, nonché della loro formazione di fantacalcio.

Ora, qualsiasi cosa sia il “modello tedesco”, crediamo non vada considerato come un kit da assemblare in grado di trasformare un campionato comatoso in uno spettacolo tanto straordinario da riempire tutti gli stadi. Il “modello tedesco” si definisce tale proprio perché applicato alla realtà di quel paese che ha saputo fare un’analisi sincera della sua situazione e porvi rimedio sviluppando un progetto e adattandolo ai tempi e le proprie peculiarità.

Senza avere la pretesa di illustrare quanto accaduto in Germania negli ultimi decenni, cercheremo  di fotografare la situazione calcistica attuale del nostro paese con 3 semplici dati. L’obiettivo non è indicare una soluzione, ma almeno di ritrovare il “nord” in una bussola che il management calcistico italiano ha dimostrato di aver perso da ormai tanto e troppo tempo. 


Qual è la nostra età media in serie A?


Vi siete mai chiesti come si colloca l’età media della nostra serie A nei confronti degli altri campionati Europei? Eccovi serviti. Le tabelle 1 e 2 riportano l’età media dei calciatori di serie A nelle ultime 2 stagioni. Nulla di eclatante tra l’uno e l’altro: una differenza di 0,10 anni forse dovuta al ritiro di qualche “senatore”.

Fa tuttavia una certa impressione notare che su 32 paesi, l’Italia ha l’età media più elevata (dopo Cipro!). Nella tabella 2 è evidenziato il confronto con i principali campionati europei.  Il dato potrebbe essere interpretato in vari modi, ma può l’età “avanzata” dei nostri calciatori essere considerata la colpa delle nostre disgrazie?




Quanti calciatori di serie A provengono dalle  giovanili?


Un semplice “no comment” non renderebbe abbastanza giustizia ai dati che emergono dalle tabelle 3 e 4. Italia ultima con un misero 7% di calciatori provenienti dalle giovanili. Questo triste dato non va visto come una “conseguenza” della precedente analisi che evidenziava “l’anzianità” del nostro campionato, ma anzi, ne aggrava il peso.

Ultimi su 32 campionati! E’ evidente che i campionati meno ricchi debbano attingere internamente alle proprie risorse per sopravvivere, ma l’Italia è addirittura fanalino di coda, lontanissima da paesi come Belgio, Svizzera o Austria che malgrado abbiano campionati di non primissimo piano riescono a sfornare, con regolarità, ottimi calciatori (e l’ultimo mondiale lo ha ribadito per molti di essi).




Stranieri, perché?

I calciatori sognano di giocare in club appartenenti a 2 tipi di campionati:

        a) quelli ricchi 

        b) quelli dove ti permettono ancora di giocare

E’ quindi comprensibile una facoltosa Premiere League con il 61% di stranieri, ma come interpretare il 52% della Serie A del 2013 (+4% dal 2012)? Questi stranieri hanno forse innalzato il livello di competitività dei nostri club nelle competizioni europee? Hanno portato più spettacolo? Forse un calcio migliore? Ci accorgiamo dell’ assenza  di questi giocatori quando lasciano il nostro campionato? Lasciamo a voi il giudizio. Ci limitiamo a rimarcare le percentuali di Spagna e Germania. Paesi che, da diversi anni, dominano il calcio a livello di nazionale.




Presi singolarmente, questi dati possono essere giustificati in varie maniere (per la gioia dei procuratori). Le cose si complicano quando questi dati vengono abbinati e confrontati. Si prova la stessa sensazione di quando si capisce di avere fallito un esame per poi leggere la bocciatura ufficiale in bacheca. Tanti calciatori vecchi, tanti altri stranieri, pochissimi quelli giovani. Sono dati di fatto, non chiacchiere da bar. Potrebbe la situazione migliore essere un campionato con pochi stranieri, pochi vecchi e tanti giovani? Sarebbe come avere una Ferrari e non essere in grado di controllarla. Nel calcio, questo controllo si chiama “programmazione”, non basta apparire. Attualmente, sembriamo un paese nel quale si è soliti mettere pezze peggiori dei buchi nel nome della fretta del risultato che viene continuamente promesso e raramente raggiunto. Il rischio sarebbe di ritornare ad un concetto calcistico di 20 anni fa: un bel campionato senza alcuna pianificazione per il futuro. Le 3 tabelle appena descritte ne sono il risultato.

Meglio attendere il “modello italiano”.





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